Tempo e Società

Tempo e Società, num. 1 – La Luna e i Falò

a cura di Gianmaria Pennesi

C’è un tempo per ogni cosa. Un tempo fatto di sorrisi ed uno fatto lacrime. C’è un tempo dal quale vorremmo fuggire ed uno nel quale vorremmo ritrovarci.

C’è un tempo che accarezza la nostra vita, un tempo silenzioso, fatto di attimi ed emozioni. E poi ci sono i ricordi, figli del passare di questo tempo. Istanti impressi nella nostra mente, attimi vicini alla nostra anima.

C’è un tempo velato tra le parole di Cesare Pavese, un tempo che accompagna la sua vita, la sua scrittura e le sue opere.

 

… E Cesare perduto nella pioggia

Sta aspettando da sei ore il suo amore ballerina.

E rimane lì a bagnarsi ancora un po’

E il tram di mezzanotte se ne va … (1)

C’è un “tempo” nel libro “La Luna e i Falò”, scritto tra il settembre e il novembre del 1949 e pubblicato nell’aprile del 1950.

Il libro racconta la storia di un uomo che fa ritorno, dopo tanti anni passati in America, al suo paese. Racconta attraverso i ricordi, la sua infanzia e le sue origini, cosa lo ha spinto ad andarsene e cosa lo ha spinto a tornare.

Anguilla, protagonista della storia cerca attraverso la memoria, anch’essa tema centrale del racconto, le sue origini e i suoi luoghi. In un continuo altalenarsi tra passato e presente, Pavese racconta del tempo che passa e di quello che resta.

Era strano come tutto fosse cambiato eppure uguale. Nemmeno una vite era rimasta delle vecchie, nemmeno una bestia; adesso i prati erano stoppie e le stoppie filari, la gente era passata, cresciuta, morta; le radici franate, travolte in Belbo – eppure a guardarsi intorno, il grosso fianco di Gaminella, le strade lontane sulle colline del Salto, le aie, i pozzi, le voci, le zappe, tutto era sempre uguale, tutto aveva quell’odore, quel gusto, quel colore d’allora. (2)

Pavese non parla soltanto dei suoi luoghi, Pavese parla di noi, delle nostre emozioni e dei nostri ricordi. Attraverso la sua terra egli parla anche della nostra, delle colline, delle vie e dei volti che ognuno ha nel proprio cuore.

Di tutto quanto cosa resta? … I ragazzi, le donne, il mondo, non sono mica cambiati. Non portano più il parasole, la domenica vanno al cinema invece che in festa, danno il grano all’ammasso, le ragazze fumano – eppure la vita è la stessa, e non sanno che un giorno si guarderanno in giro e anche per loro sarà tutto passato. (3)

Attraverso lo scorrere del tempo, di ciò che resta e di ciò che cambia, Pavese si rende conto che oltreoceano non avrebbe trovato ciò che cercava, egli capisce di aver bisogno della propria terra, e noi con lui capiamo di aver bisogno delle nostre radici.

Siam partiti da lontano e pian piano siamo arrivati al nostro paese, Montefiore dell’Aso e al suo Museo dell’Orologio, testimonianza viva di quel tempo che sempre ed inesorabilmente passa, lasciando ai ricordi la strada per riflettere su quello che noi siamo e su quello che un paese è.

(1) Versi della canzone “Alice non lo sa” appartenente all’album “Alice” del cantautore italiano Francesco De Gregori, pubblicato nel 1973 dalla casa discografica It.

(2) Cesare Pavese, La luna e i falò, 1950, Giulio Einaudi editore s.p.a 2014, Torino, p26

(3) op.cit. p.110

Immagine di Tino Soriano / National Geographic Image Collection – copertina del libro: Cesare Pavese, La luna e i falò,1950, Giulio Einaudi editore s.p.a 2014, Torino

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